La riscossa delle ciccione tristi

A chi non è mai successo di sentirsi fuori posto? Lo ammetto: a me succede spesso…se non sempre. A chi non è mai successo di sentirsi inadeguato o “insufficiente”? Ecco, questo mi è successo di rado, e recentemente ho scoperto che mi è difficile sentirmici persino quando vengo direttamente e crudelmente insultata. Perché, diciamolo, quelle persone che hanno una alta considerazione di sé, prima di tutto conoscono molto bene i propri difetti e nessuno potrà mai rivelare loro qualcosa di negativo riguardo il loro carattere o la loro persona che già non sappiano. La sicurezza in sé stessi, infatti, nasce certamente dalla consapevolezza dei propri pregi, ma si consolida nel riconoscere e accettare i propri difetti. O perlomeno è l’esperienza che ne ho avuto io.

Probabilmente è per questo che una serata di futili chiacchiere, il cui punto saliente è stato che nessuno potrebbe mai essere interessato a me a causa dei miei chili di troppo, che “mi piaceresti un sacco e ci proverei, se solo fossi più magra”, non mi ha toccata più di tanto. Al di là del fatto che io, col “gentleman” in oggetto, non sarei uscita neanche avesse avuto qualche chilo e qualche centimetro in più, pienamente consapevole di essere ancora lontana dal mio peso forma, non è stato tanto questo ragionamento a lasciarmi perplessa e farmi riflettere tanto da ritrovarmi qui a scriverne. Ciò che davvero mi ha sorpreso e un po’ disturbata è stato il pensiero seguente: che io sia una persona triste, dovuto al fatto che sono una persona intelligiente. La teoria di questo nuovo Fromm, infatti, è esattamente questa: le persone intelligienti sono più predisposte al cinismo e al pessimismo perché, la conoscenza del mondo porta a perdere l’ingenuità riguardo a come esso gira, e ciò comporta l’impossibilità di essere davvero felici. Quindi, per essere felici dovremmo essere tutti stupidi e ingenui.

Sorvolando sul fatto che condivido il pensiero secondo il quale la conoscenza comporta un prezzo, e spesso questo prezzo è proprio perdere un po’ di quel disincanto che l’ignoranza e l’ingenuità portano con loro, mi rifiuto comunque di credere che questo basti per essere etichettato come una persona “triste”.

Da quando essere una persona seria, profondamente consapevole, e non incline a ubriacarsi ogni sera e ad andare a letto con chiunque fa di te una persona triste? Da quando avere dignità e temere per la salute del proprio fegato ti rende una persona infelice? Davvero il mondo ormai funziona così? Stupidi ed eternamente felici o intelligienti e frustrati? Niente più sfumature, niente percorsi alternativi?

Per quanto io possa essere cinica, non posso credere che la felicità dipenda dal nostro quoziente intellettivo. E il motivo è semplice: sono intelligiente, magari non un genio, ma certamente non sono una stupida, e per certo sono stata felice. Chiaramente non sono felice sempre e comunque, ma lo sono stata.

Forse la differenza è questa: la consapevolezza che il mondo può anche essere crudele, meschino, e può davvero farti soffrire può impedirti di essere costantemente felice (condizione che comunque mi risulterebbe intollerabile) ma non ti preclude la possibilità di conquistartela. E quando una felicità è sudata, inseguita e desiderata vale mille volte più di una condizione persistente e costante destinata a divenire una tetra abitudine.

Quindi, sì: sono sovrappeso e triste, e posso dire che non potevo chiedere di meglio, perché se i chili di troppo mi terranno alla larga “gentiluomini” così, mangerò dolci con meno sensi di colpa e potrò contare ogni giorno che, prima o poi, avrò il mio istante di felicità perfetta, un barlume di luce così forte da illuminare le tenebre di anni di sofferenze.

E poi, io potrei facilmente perdere i miei chili di troppo, invece c’è chi quei pochi centimetri non potrà mai aumentarli in nessun modo.

Magari non è giustizia, e non sarà molto poetico, ma ugualmente mi regala un sorriso di soddisfazione. L’attimo di felicità della giornata!

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